Eccezionalmente americano

Gli osservatori politici erano troppo impegnati a rintracciare nel sottotesto conferme o smentite sull’ingresso di Chris Christie nella corsa presidenziale per notare che il suo discorso di martedì sera alla Reagan Library di presidenziale aveva il respiro, l’ampiezza, l’affilata chiarezza, la scelta degli accenti, il senso storico e l’aneddotica. I presenti non si sono limitati a chiedergli di buttarsi nella mischia: lo hanno supplicato, lo hanno rumorosamente invocato dagli spalti secondo uno stile più affine ai sobborghi difficili del suo New Jersey che a quelli californiani della Simi Valley, ben più addomesticati. Leggi Il supergovernatore spiega con parole reaganiane perché gli Stati Uniti devono dare l’esempio
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Nel sacrario del presidente repubblicano per eccellenza Christie ha stilato gli appunti per la resurrezione americana. Quando dice che l’eccezionalismo “non basta affermarlo, bisogna dimostrarlo”, il governatore propone una revisione del modo stesso in cui l’America concepisce se stessa: da principio innato che scorre nel sangue e attraversa la carne del popolo americano si passa all’eccezione come terreno di una faticosa riconquista – con una certa autoironia sulla propria stazza, indulge spesso su metafore tipo “stringere la cinghia”, “far dimagrire Washington” – della riscoperta di ideali che sono stati costretti dentro uno schema asfittico di leadership. Nelle parole di Christie, Barack Obama non è il propalatore di socialismo un tanto al chilo delle folle vocianti e libertarie, ma un leader originariamente rivoluzionario che nel tempo ha esaurito la sua carica innovativa in nome di logiche di cabotaggio. E’ lo stridore fra il famoso discorso alla convention democratica del 2004, atto fondativo della figura obamiana, e gli anni della leadership ingrigita: “Ora, sette anni dopo, il presidente Obama si prepara a dividere la nostra nazione per conquistare la rielezione. Questo non è uno stile di leadership, è una strategia per la rielezione”. E così, a forza di dinieghi e smentite, Christie ha finito per pronunciare un discorso presidenziale, ben irrorato da riferimenti reaganiani, sinceri e al contempo obbligatori, data la circostanza; un discorso che vola alto sul ruolo dell’America nel mondo, dice senza political correctness che il paese è “migliore”, nel senso degli ideali e del sistema che questi hanno generato, e allo stesso tempo plana nell’elogio del compromesso politico, nell’unità nazionale, fino ai territori dove abita la gente comune. “Grazie ai giornali e alle televisioni, e sempre di più grazie a Internet e ai social network, quello che succede qui non rimane qui”, dice il suo discorso, al quale ha fatto un’aggiunta a braccio: “Questa non è Las Vegas”.
Con il linguaggio del corpo Christie comunica una visione del mondo positiva, analoga e opposta a quella di Obama: il pingue ragazzotto del New Jersey contro il filiforme avvocato di Harvard, il governatore outspoken che preparandosi per l’uragano dice alla popolazione “get the hell out of the beach!” e il presidente ossessionato dalla prevenzione che assieme al sindaco Bloomberg impacchetta New York con piglio protocollare. Christie, di sangue italiano e irlandese, è la rappresentazione corpulenta del New Jersey rumoroso e disincantato. Se ne va in giro per lo stato con gessati in stile “Boardwalk Empire” e quando deve dire una cosa la dice senza deleghe alla catena di potere, arte in cui lo smilzo Obama è maestro dai tempi di Chicago. Dopo la messa in parrocchia si trattiene con i suoi mangiando cupcake senza sensi di colpa. Qualche giorno fa ha bloccato un finanziamento pubblico per “Jersey Shore”, il reality dei tamarri, semplicemente perché non ne poteva più dei triti cliché dei “Guido”. Ha mandato una lettera e lo ha spiegato. Punto. Anche per questa forza propulsiva e ironica gli altri candidati già in pista si sentono un po’ persi nella loro sciatteria narrativa, e silenziosamente lo temono.